Cultura - Dna e il mistero della vita
Conoscere l'uomo: una questione di realismo
 

I cinquant’anni della scoperta della doppia elica e l’epidemia di Sars. Esultanza e timore della scienza. L’uomo non è riducibile alla somma dei suoi geni, perché è rapporto col Mistero

Nei mesi scorsi le bioscienze sono balzate alla ribalta della cronaca per due episodi apparentemente contraddittori, che le hanno viste alternarsi dal podio dei vincitori al banco degli imputati. Da un lato, si moltiplicavano in tutto il mondo le celebrazioni per i cinquant’anni della “doppia elica”: la scoperta, che ha fruttato il Nobel a James Watson e Francis Crick per aver rivelato la struttura tridimensionale della molecola del Dna, fornendo gli elementi per spiegare la trasmissione delle informazioni genetiche e comprendere il fenomeno della variabilità dei viventi. Dall’altro, arrivava come un fulmine a ciel sereno la notizia di un’epidemia di origine virale, la Sars, finora sconosciuta e resistente a ogni tentativo di neutralizzazione. Da un lato, l’esultanza per l’apertura di nuove frontiere conoscitive; dall’altro, il timore di non riuscire a controllare quegli stessi componenti basilari degli esseri viventi, oggetto sempre più di manipolazioni e disinvolte sperimentazioni.
Si tratta però di due facce della stessa medaglia; di due modi diversi di declinare lo stesso tema: il desiderio umano di conoscere sempre più in profondità la sua natura, la stoffa biologica sulla quale è intessuta la trama di ogni vita. Allora, porre l’accento sulla gravità della Sars e sulla incapacità degli scienziati di rintuzzarne la minaccia, non sminuisce la positività delle scoperte degli ultimi 50 anni di biologia. Come pure, l’esaltazione della grandezza della scoperta di Watson e Crick non deve mettere in secondo piano i problemi connessi con le sue applicazioni, né far dimenticare i limiti intrinseci alla conoscenza di quello che il neurofisiologo e premio Nobel John Eccles chiamava “il mistero uomo”.

Conosci te stesso
Uno dei grandi della scienza del 900, Erwin Schrödinger, osservava che lo scopo della scienza è lo stesso di ogni altra impresa conoscitiva e si può riassumere nell’antico imperativo “conosci te stesso”. Per la nostra sensibilità novecentesca, questa frase suona in modo riduttivo in una prospettiva puramente psicologica: una conoscenza di sé limitata al livello del carattere, dei comportamenti, delle inclinazioni. L’uomo invece è un’unità molto più complessa e straordinaria: nell’io che si vuol conoscere sono quindi compresi sia gli aspetti legati alla base biochimica dell’esistenza, sia, ad un altro livello, tutte quelle domande e quelle espressioni che rivelano desiderio di senso e di felicità.
La scoperta della doppia elica del Dna, e tutte le conoscenze che ne sono derivate, può essere letta come una tappa nel cammino della conoscenza dell’io. Una tappa seguita da altri passi fondamentali, fino alla pubblicazione, nel febbraio 2001, dei risultati del Progetto Genoma, cioè della mappa completa del patrimonio genetico umano.

Due scoperte decisive
In questi cinquant’anni, secondo Marco Pierotti, direttore del Dipartimento di Oncologia sperimentale dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, alcuni progressi fondamentali hanno consentito di decifrare i meccanismi che portano il flusso di informazioni contenuto nel codice a quattro lettere del Dna a formare le proteine. Due le scoperte decisive, che hanno poi contribuito anche all’enorme sviluppo dell’ingegneria genetica. La prima è quella dell’enzima che permette di trascrivere il Dna da uno stampo di Rna, scardinando il dogma centrale della biologia, per il quale il flusso delle informazioni procede irreversibilmente dal Dna alle proteine attraverso l’intermedio Rna. La seconda è, in realtà, una ingegnosa metodologia, descritta da Kary Mullis nel 1983, che consente di duplicare anche un milione di volte un determinato frammento di Dna, ed è stata decisiva nella decifrazione dei tre miliardi di lettere che compongono il nostro genoma.

L’automobile vista da fuori
Ma - chiediamo a Marco Pierotti - cosa significa “conoscere” il Dna? Che cosa conosciamo, quando conosciamo il Dna? E cosa non conosciamo ancora?
« Conoscere il Dna significa conoscere l’architettura del genoma. È come ammirare una splendida automobile attraverso l’osservazione del suo aspetto esteriore: una bella carrozzeria con tanti particolari esteticamente rilevanti, con delle contiguità e connessioni che suggeriscono un funzionamento logico e integrato. Ma ci manca ancora la possibilità di capire proprio come funziona. Ciò che abbiamo acquisito negli studi di biologia funzionale ci permette ora, grazie alla conoscenza del Dna, di ipotizzare soluzioni prima insospettabili. Ma molto è ancora da scoprire”.
Come sempre accade nella scienza, la conquista di un nuovo traguardo spalanca ampi spazi di non conoscenza, solleva più domande che risposte. Non era ancora concluso il capitolo “genoma” e già si parlava di era post-genomica; oggi sono già avviati i progetti per decifrare il proteoma umano, cioè per catalogare tutte le proteine del nostro organismo e capire come interagiscono; con enormi implicazioni soprattutto in campo farmacologico».

Moratorie e pause di riflessione
L’avanzata della biologia sembra quindi irresistibile, nonostante i tentativi di porre limitazioni e le rinnovate proposte di moratoria o di pause di riflessione. Gli scienziati in genere amano poco sentir parlare di limiti e la biologia sembra oggi incarnare più di altre l’immagine di una scienza che non sopporta barriere e vuol raggiungere ogni traguardo. D’altra parte, come notava il genetista spagnolo Julian Rubio, «da sempre l’uomo, impressionato per il sorprendente e multiforme spettacolo della vita, lo ha abbordato con il tipico doppio atteggiamento radice di tutta la scienza: la curiosità per svelare il suo segreto e l’affanno del suo sfruttamento a beneficio dell’uomo». Come fare perché questo affanno non si trasformi in pretesa e in prevaricazione dei diritti fondamentali della persona?
« Purtroppo - aggiunge Pierotti - è diffusa anche in ambito scientifico l’idea che i valori umani siano una variabile i cui confini si allargano all’aumentare del raggio della nostra conoscenza. Questa concezione orgogliosa è poco realista e si scontra continuamente con la drammaticità della condizione umana, così come ci viene rappresentata anche dalla semplice lettura dei giornali. Ritengo che si debba recuperare la consapevolezza che la conoscenza è un dono e che l’unicità dell’essere umano nel porsi le domande fondamentali deriva dal suo rapporto col Mistero; solo così il problema dei limiti della ricerca potrà essere inteso non come una restrizione, ma come una maggiore libertà e come condizione per rispondere meglio alla domanda sull’io».

Termini scientifici o normativi
Oggi la schizofrenia diffusa anche in tanto mondo scientifico porta a trattare i problemi più scottanti o in termini puramente scientifici, come se la scienza fosse una conoscenza di grado superiore; o in termini puramente normativi, con un’alchimia di regolamentazioni, certificazioni, autorizzazioni: c’è una normativa per qualunque cosa, come se fossero le norme a ispirare e guidare l’agire. Peraltro, che le norme non bastino lo si constata ad ogni nuovo scoop dal fronte delle bioscienze: ogni volta che si infrange un tabù, che si supera un limite, tutti dichiarano che prima sembrava impossibile, che le regole avrebbero tenuto.
Forse, allora, il punto da cui partire è un altro, è più semplice, come aveva osservato Marc Gelman in un dibattito sulla clonazione alla New York Academy of Science nel 1997: «C’è una sapienza delle persone comuni che è stata ingiustamente oltraggiata da coloro che ritengono che non conoscere termini come “aploide”, “diploide” ed “embrione totipotente” sia moralmente disdicevole. C’è invece una forte e reale consapevolezza che noi non siamo i creatori di noi stessi. Le nuove tecnologie minacciano questa fondamentale verità». Commentando recentemente questa dichiarazione, il vice presidente dell’Associazione Italiana di Colture Cellulari Augusto Pessina, ha aggiunto: «Ognuno che si guardi dentro con sincerità e semplicità scopre che l’esperienza che l’io ha di sé è irriducibile alla sola biologia. Diceva Romano Guardini: l’eterno non è in rapporto con la vita biologica, bensì con la persona».
Può sembrare paradossale, ma per mantenere e far crescere questa coscienza occorre un’educazione continua. Che i toni di molte celebrazioni del Dna non sembrano certo favorire.

Mario Gargantini