Periodicamente la tecnologia celebra i sui successi e
promuove la sua immagine positiva di strumento a servizio del progresso: lo ha
fatto con le celebri Esposizioni Universali di Parigi e di Londra e lo farà
anche il prossimo anno ad Hannover con Expo 2000. In questa riflessione sulla
tecnologia vorrei partire proprio da una frase che campeggiava come slogan
all’Esposizione Universale di Chicago del 1933: “La scienza trova, l’industria
applica, l’uomo si adegua”. Più avanti riprenderemo il primo passaggio, a prima
vista ovvio ma a mio avviso molto discutibile; ma è sulla affermazione
conclusiva che vale la pena subito soffermarsi. La prospettiva dell’adeguamento
non era un problema per gli organizzatori dell’Esposizione, anzi era forse
vista in senso positivo, come il doveroso tributo pagato dall’uomo alla
indiscutibile superiorità della scienza e della tecnologia; ma certamente non
può essere accettata da chi abbia un minimo di sensibilità per i valori della
persona.
Il primo modo, accessibile a
tutti, per allontanare il rischio dell’adeguamento e per reagire all’invadenza
della tecnologia è quello di iniziare una riflessione su di essa per mettersi
nelle condizioni di poterla padroneggiare sempre di più, di dominarla e non
esserne dominati. In realtà è ciò che proponeva il filosofo Jacques Maritain in
anni pre-informatici, quando osservava che l’uomo moderno facilmente “si accontenta di manipolare le cose senza
preoccuparsi di comprenderle”; il monito del filosofo francese non era qui
tanto indirizzato a colpire la manipolazione, quanto al fatto che il rapporto
con le cose non fosse accompagnato da un costante desiderio di conoscenza: è
questa che distingue la presenza dell’uomo in mezzo alle cose ed è andando a
fondo nella conoscenza che tutte le relazioni con le cose possono essere
vissute in modo veramente umano.
Ne consegue che quello della
tecnologia, e in particolare oggi quello delle nuove tecnologie informatiche, è
soprattutto un problema educativo. Prima di analizzare i veri nodi che emergono
col diffondersi dei prodotti tecnologici, bisognerebbe porsi e tentare di dare
risposte concrete alla domanda “Chi educa ad usare questa tecnologia?”. I
cambiamenti in atto sono sconvolgenti (si pensi all’impatto di Internet a tutti
i livelli) e toccano tutti gli ambiti della vita di tutti i giorni; ma chi si è
preoccupato di educarci ad utilizzare queste nuove tecnologie in modo adeguato
alla nostra dignità di persone? E’ una domanda disattesa ovunque, in modo
particolare nella scuola; e l’insensibilità per un interrogativo del genere è
già di per sé sintomatica di un disorientamento e di una crisi dell’io.
Approfondendo la riflessione, si
può notare come oggi le tecnologie siano presentate con una modalità tipica:
sono delle risposte. La tecnologia è sempre considerata come una inarrestabile
e illimitata offerta di risposte; spesso fornite in modo tale da impedire che
ci si chieda: “risposte a che cosa?” E soprattutto: “Chi ha posto le domande?”.
Questo è l’interrogativo cruciale, perché costringe a riportare la questione ad
un soggetto. In genere le riflessioni sulla tecnologia, sia quelle elogiative
che quelle demolitrici, partono dalle conseguenze: si considerano gli impatti
sociali i risvolti economici, le ripercussioni sull’ambiente, gli esiti
talvolta catastrofici. A me sembra che le conseguenze, pur importanti e da non
sottovalutare, non siano il punto da cui partire per una discussione sulla
tecnologia. Un simile approccio del resto presenta un evidente parallelo con
quanto accade con la scienza: la gente che si interessa delle scienze si
rivolge ad esse valutandone i risultati, le scoperte, le teorie, le previsioni.
Raramente si punta lo sguardo sui processi che hanno portato (o non hanno
portato) a questi risultati o sulle esperienze umane vissute per arrivare ad un
determinato risultato. Invece la cosa più interessante è proprio la genesi del
“fare” tecnologico, così come la si può rintracciare e sorprendere
nell’esperienza viva delle persone. Quindi le domande di partenza saranno: che
cosa significa fare tecnologia per chi la fa? Che tipo di esperienza umana è il
fare tecnologico? Per poi passare agli interrogativi analoghi sul versante
dell’utente: che tipo di esperienza umana comporta l’utilizzo di una certa
tecnologia? Quali aspetti dell’io vengono attivati e quali vengono nascosti nel
rapporto d’uso di determinati strumenti e sistemi tecnologici?
Da questo punto di vista, un primo fattore da evidenziare è
di tipo antropologico: l’uomo per sua
natura è un tecnico, è un essere orientato al fare tecnico, ha un’espressività
anche tecnica; l’uomo per sua natura è trasformatore della realtà, è fatto per
trasformare e, usiamo pure questo termine, manipolare la natura; è un
utilizzatore di strumenti. È importante metterlo in evidenza; anche perché
molte critiche alle tecnologie, molti rigurgiti anti-tecnologici ricorrenti
(dalle contestazioni ambientalista degli anni 60-70 alla attuale demonizzazione
dell’informatica), partono dall’idea che l’uomo debba stare in mezzo alla
realtà che lo circonda senza “sporcarsi le mani”: invece la dimensione tecnica
è propria dell’uomo, ognuno di noi è, poco o tanto, “homo technologicus”. La
paleoantropologia documenta bene questa affermazione: da quando l’uomo ha
manifestato le caratteristiche di homo,
ha subito utilizzato la realtà naturale a sua disposizione per il conseguimento
di una serie di obiettivi. Da notare che non si è trattato solo di rispondere
ai bisogni immediati: l’uomo ha trasformato la realtà secondo una varietà di
forme ed espressioni legate ad esempio al culto, all’arte, all’espressività
artistica, alle esigenze della convivenza, quindi non solo ai bisogni legate
alla sopravvivenza fisica. Fin dall’inizio quindi non si può disgiungere
l’essere umano dall’essere tecnologico. Non per nulla i paleoantropologi usano
la presenza di reperti fossili frutto di attività tecnologica (dalla selce
scheggiata, ai frammenti di utensili, ai graffiti rupestri) come elemento
indicatore di presenze umane.
Attraverso la tecnica l’uomo rivela alcune delle sue
caratteristiche fondamentali: l’operatività, cioè la capacità di spendersi per
raggiungere un obiettivo pratico prefissato, la creatività (si noti che la
radice greca della parola tecnica, techné, è la stessa della parola arte), la
socialità (la tecnologia ha contribuito a rendere praticabili i rapporti di
convivenza tra gli uomini, nel bene e nel male). Analizzando i diversi tipi di
tecnologie messe in atto nei secoli, possiamo leggere in filigrana la
concezione di uomo via via dominante; nei semplici manufatti così come nelle
grandi costruzioni civili, possiamo scorgere l’impronta culturale di chi le ha
realizzate, possiamo riconoscere vari
modo di intendere e di realizzare i rapporti sociali.
Potremmo dire che la tecnica è un compito dell’uomo: l’uomo
di tutti i tempi e di tutte le culture si è sentito investito da questo
compito: E’ una responsabilità che l’uomo ha: quello che l’uomo fa con la
tecnologia è quello di rispondere ad un compito che ha, l’uomo si trova con un
compito.
Passando ora ad esaminare come si sviluppa una innovazione
tecnologica, dobbiamo tornare alla prima parte dallo slogan di Chicago citato
all’inizio per segnalare come l’affermazione “la scienza trova, l’industria
applica” sia riduttiva per entrambe. I due termini, scienza e tecnologia,
spesso confusi e visti come equivalenti, si riferiscono invece a due attività
che devono essere ben distinte, anzitutto per quanto riguarda gli obiettivi: la
scienza ha un obiettivo conoscitivo,
mira a chiarire il funzionamento della realtà naturale; la tecnologia invece è
un’attività tesa alla trasformazione
della natura, quindi ha un obiettivo molto diverso dal precedente. Molti
fraintendimenti nascono dal fatto che scienza e tecnologia sono
interdipendenti: in taluni casi non si può pensare all’una senza pensare
all’altra, e viceversa. Rimangono inoltre alcuni caratteri comuni alle due,
tanto che attualmente esistono delle figure professionali intermedie, come
certi ingegneri-fisici o certi fisici-informatici. La continua frequentazione
di scienziati e tecnologi, ha fatto sì che aumentassero i caratteri comuni: se
di tecnica si è sempre parlato, di tecnologia si dovrebbe parlare più
propriamente da quando si è attuato il superamento dell’approssimazione che
determinava la tecnica degli antichi, “il mondo del pressappoco” secondo
l’espressione dello storico Koyré, per investire anche l’attività tecnica del
rigore tipico del lavoro scientifico. La tecnologia, come la scienza, è caratterizzata dalla rapidità
dell’evoluzione (nel giro di trent’anni, ad esempio, il volume degli apparati
informatici è diminuito di un milione di volte, mentre la loro velocità è
aumentata diecimila volte) e anche i tempi intercorrenti fra una scoperta
scientifica e la sua applicazione si sono rapidamente accorciati.
L’universalità, segno distintivo della scienza, si estende alla tecnologia che,
attraverso la stretta correlazione col potere economico tende all’invasività,
cioè ad occupare tutti i campi dell’esperienza umana, determinando una continua
modifica del rapporto uomo-realtà.
Pur essendoci quindi, tra scienza e tecnologia, notevoli
affinità, quella che va contestata è la definizione di tecnologia come pura e
automatica applicazione della scienza. La tecnologia certamente sfrutta le
scoperte scientifiche e quindi è anche applicazione della scienza, ma non è
soprattutto questo. La tecnologia ha una sua specificità culturale: nella sua
origine, nel suo procedere, nelle sue finalità non dipende unicamente dalla
scienza come sua meccanica e inevitabile conseguenza. È importante perciò
riconsegnare alla tecnologia tutta la sua dignità culturale, come espressione
dell’io non totalmente subordinata e dipendente dalla scienza. Da notare che
ciò è perfettamente simmetrico con la considerazione che la scienza trae il suo
valore dal guadagno conoscitivo che procura, prima ancora che dalla conseguenze
applicative che ne potrebbero derivare. In breve: come la tecnologia non è solo
scienza applicata, così questa non è una semplice premessa per le applicazioni
pratiche.
Ora, quello che conta nel fare tecnologico è un insieme di
fattori, che gli americani chiamano skill
(termine che non ha equivalenti in italiano, corrisponde all’incirca a
maestria, perizia); nello skill entrano tutte le componenti dell’azione del
tecnologo: il contenuto scientifico, l’intuito, la capacità organizzativa, il
bagaglio dell’esperienza ecc. Quando si pensa alla tecnologia bisogna pensare
ad un tipo di attività umana che unisce insieme tutti questi fattori: non
bisogna perciò puntare l’attenzione esclusivamente sull’oggetto dell’innovazione
tecnologica, quanto piuttosto sull’uomo che esprime e fa crescere il proprio
skill. La storia della tecnologia, se fosse più conosciuta anche in Italia,
potrebbe offrire ampia e interessante documentazione in proposito.
Va esplorato allora questo “altro”, che assieme alla
conoscenza scientifica costituisce la figura del tecnico; e ciò può essere
colto attraverso un esame dell’intero processo di sviluppo della tecnologia. Se
esaminiamo le fasi del processo dal punto di vista del soggetto, ciascuna di esse
mette in evidenza qualche lineamento del volto umano, ci dice qualcosa
sull’uomo e sul suo modo di entrare in relazione con le cose e con gli altri;
in ogni fase del ciclo tecnologico l’uomo mette in atto, o potrebbe esprimere,
qualcuna delle sue caratteristiche peculiari.
1) L’obiettivo.
Un’operazione tecnologica parte sempre dalla definizione uno scopo preciso:
nessun progetto viene avviato se non è chiaro l’obiettivo, se non è definito accuratamente
il risultato atteso, il problema da risolvere ( anche se a volte l’obiettivo
supera le aspettative; ma anche questo fa parte della drammaticità, e quindi
della umanità, dell’opera tecnologica). La chiarezza circa lo scopo mette in luce il fatto che il fare tecnico nasce da una intenzionalità: l’uomo si distingue altri esseri per
l’intenzionalità del suo agire (quindi per la libertà). Non basta poi che ci
sia uno scopo: abbiamo detto che deve essere definito con la massima
precisione; ciò si traduce, concretamente, nella formulazione delle specifiche
di progetto: più dettagliate sono le specifiche del prodotto o del sistema che
si vuol realizzare, meglio si riesce a raggiungere l’obiettivo.
2) Le risorse. Il
tecnico deve valutare attentamente le risorse a sua disposizione, non può
prescindere dalle risorse: che possono essere naturali, ma anche economiche,
culturali, organizzative, ecc. La ricognizione delle risorse disponibili porta
a galla l’aspetto del realismo: il
tecnico è infatti un realista, che non si muove se non ha constatato
l’esistenza di risorse adeguate.
3) I vincoli. Il
tecnico deve considerare i vincoli, cioè valutare se il prodotto, la macchina o
il sistema in progetto è soggetto a vincoli di varia natura. Un manufatto, sia
esso un oggetto artigianale o un sofisticato apparato elettronico, deve essere
progettato perché sia compatibile con le condizioni ambientali in cui verrà
utilizzato. I vincoli possono essere anche di tipo sociale e culturale, legati
alla mentalità, alle abitudini, agli stili di vita degli utenti finali del
prodotto progettato. Il bravo tecnico deve considerare anche questi aspetti del
progetto. Dal punto di vista umano il concetto di vincolo impone al tecnico di
non essere presuntuoso: la consapevolezza
dei limiti, interni ed esterni, del nostro agire diventa condizione
fondamentale per una seria intrapresa tecnologica. Molti insuccessi tecnologici
sono legati alla sottovalutazione di questo fattore, sull’onda di una pretesa
capacità dell’uomo di dominio indiscriminato sulla natura.
4) La progettazione.
Il momento del progetto vero e proprio è il momento della creatività, quando un’intuizione, dopo aver fatto i conti con i due
fattori precedenti, prende la forma di una macchina, di un processo produttivo,
di una costruzione, di un software: l’intuizione si traduce cioè in concreta
risoluzione di un problema. Nel progettare il tecnico mette in gioco, oltre
alle conoscenze scientifiche che restano beninteso un asse portante dell’intero
edificio, anche la sua immaginazione, la sua accortezza e ogni altra abilità
che possa fornire contributi utili alla soluzione del problema. Non è raro il fatto che nuove idee tecniche,
nuove soluzioni originali, possano derivare da esperienze del tecnico al di
fuori del proprio campo di competenze specifico. Si noti che questo quarto
aspetto non è in contrasto col precedente, come a prima vista potrebbe sembrare: la creatività infatti non è la
possibilità di liberarsi dai vincoli per spaziare a proprio piacimento
sull’onda dell’immaginazione, anzi, è proprio la capacità di confrontarsi fino
in fondo con i condizionamenti e di trovare la soluzione ottimale compatibile
con i vincoli.
5) Controllo. È
l’analogo, in un certo senso, a quello che nella scienza è il ruolo
dell’esperimento. È la verifica pratica che quanto è stato progettato risponda
effettivamente alle specifiche nelle reali condizioni d’uso. Posso aver fatto
un bel progetto, ma se per qualche motivo poi non funziona, il suo valore si
annulla (qui c’è una differenza notevole rispetto alla scienza, dove anche le
verifiche sperimentali negative e gli stessi errori acquistano un valore per il
contenuto conoscitivo che in ogni caso comportano). La fase del controllo
prende l’aspetto del prototipo, del collaudo o, oggi sempre più frequentemente,
della simulazione. Tutto ciò indica che anche nella tecnologia si deve tener
conto dell’imprevisto; il collaudo o
prototipo servono per cautelarsi il più possibile dai possibili inconvenienti
sorti in modo imprevedibile nel passaggio dal progetto alla esecuzione pratica.
L’atteggiamento che porta a sottolineare l’esigenza del controllo è, ancora una
volta, l’abbandono della presunzione di possedere le soluzioni corrette per
qualsiasi situazione o problema.
6) Produzione e
immissione sul mercato. Qui emerge in tutta la sua evidenza un fattore
manifestatosi fin dai primordi dell’umanità, che si può chiamare ingegno: è l’attitudine che ha prodotto
il fuoco, la ruota, i mulini, la macchina a vapore ma è della stessa natura di
quello che oggi serve per far funzionare in modo automatico i grandi impianti
industriali, per ottimizzare i processi di produzione complessi, per ridurre
l’eventualità di blackout nei sistemi energetici e per evitare i bachi
informatici.
Il discorso sulla tecnologia ci ha portato quindi a fare un
discorso sull’uomo. E bisogna dire che oggi, anche all’interno degli ambienti
specialistici, si parla molto di uomo quando si parla di tecnologia: si parla
di fattori umani, di ergonomia, di risorse umane, di tutela della salute, di macchine
a misura d’uomo. Ma non basta nominare l’uomo perché il discorso sia veramente
umano: bisogna vedere a quale immagine di uomo ci riferisce. L’immagine che
finora ha dominato e che ha sorretto lo sviluppo dei Paesi occidentali è quella
sintetizzabile nel cosiddetto “imperativo tecnologico”: un progetto si deve
realizzare per il solo fatto che è tecnicamente realizzabile. È un’impostazione
che oggi a livello teorico viene spesso contestata ma che continua tacitamente
a dettare i comportamenti pratici della maggior parte dei tecnici e soprattutto
di coloro che agiscono sulle leve economiche e politiche della tecnologia. Per
prefigurare uno scenario diverso e suggerire una impostazione diversa, in
mancanza di soddisfacenti modelli contemporanei, può essere utile prendere
spunto da un contesto storico che, a dispetto dei luoghi comuni, ha avuto un
ruolo decisivo nella nascita dell’intera civiltà occidentale. Ci riferiamo al
Medioevo Europeo, dove secondo alcuni storici, vanno rintracciate le radici
della società industriale moderna.
Fatte le debite proporzioni, il Medioevo è stata un’epoca di
grandi innovazioni tecniche, un’epoca in cui si sono attuate trasformazioni
della natura di ingente portata: basta pensare che sulle rovine di nazioni rase
al suolo dai barbari sono nate intere civiltà, sono state realizzate le
infrastrutture di un intero continente e sono sorte costruzioni che ancor oggi
resistono e dominano il panorama di città piccole e grandi. Analizzando la
entusiasmante performance medievale, si possono trarre utili indicazioni per lo
sviluppo umano della tecnologia nel Duemila.
Da che cosa è dipesa questa esplosione di creatività
tecnica, che ha permesso di passare dalla tabula rasa del 500-600 alle grandi
cattedrali del XII e XIII secolo? La risposta è abbastanza semplice: c’era un
contesto culturale, sociale ed umano adeguato per sviluppare questa grande
creatività tecnologica. Una serie di fattori caratterizzano tale contesto:
-
la valorizzazione della persona umana, col superamento
della schiavitù e con l’attribuzione di un preciso significato alla parola
responsabilità;
-
la conseguente valorizzazione dell’ingegno umano, dei
mestieri e del lavoro in genere; si passa infatti dalla contrapposizione otium-negotium dei Latini, all’ora et labora di S. Benedetto;
-
la valorizzazione della ragione; valga un esempio su
tutti, quello di S.Alberto Magno, maestro di S.Tommaso e grande scienziato, che
aveva capito il ruolo della ragione come strumento per intervenire sulla
realtà;
-
un rinnovato interesse per la natura, non più intesa,
come nell’antichità classica, quale sede di poteri occulti, ostili all’uomo ma
riconciliata con l’uomo all’interno della grande visione cosmologica cristiana;
-
un grande dinamismo: l’uomo medievale è sempre in
movimento, è pellegrino per definizione;
-
l’idea di universalità: basta pensare che all’abbazia
di Cluny, culla del rinnovamento benedettino, erano insegnate tutte le
discipline e l’apertura conoscitiva era tale da portare i monaci a tradurre
anche il Corano;
-
il realismo e la concretezza, tradotte in capacità di
risolvere i problemi più disparati, da quello di sbarcare il lunario a quello
di costruire una cattedrale; è la stessa oggi denominata “problem solving”, una
delle doti più richieste a tecnici e ingegneri; inoltre, anche sul piano
organizzativo, è stupefacente osservare la modalità di gestione dei grandi
monasteri che non ha nulla da invidiare al management di una moderna impresa;
-
la inesauribile volontà di apprendere: tutti nel
Medioevo erano desiderosi di apprendere da chiunque e non si facevano scrupolo
ad importare idee brillanti e utili dal Medio Oriente, dalla Persia o dalla
Cina; anche qui si può trovare un interessante riferimento attuale nei modelli
economici che descrivono le aziende come “learning organization” e parlano di
“knowledge economy”, cioè economia basata sulla conoscenza;
-
infine, il desiderio di costruire e dilatare una grande
esperienza di popolo, che ha agito da elemento propulsivo di grandi iniziative,
dai viaggi in Oriente alla scoperta dell’America, ma è stata anche la molla per
le imponenti imprese tecnologiche e per le continue innovazioni tecnologiche;
del reato anche in epoche più recenti, i principali avanzamenti tecnologici
sono avvenuti sulla spinta di poderosi progetti (si pensi alle ricadute
tecnologiche del progetto Manhattan e del progetto Apollo);
C’erano, in sintesi, le tre condizioni essenziali per poter
fare tecnologia:
1) un
movente, un obiettivo ben delineato e condiviso;
2) dei
luoghi, degli ambiti di vita, che agiscono come fattori formativi e come luoghi
fecondi di innovazione: dapprima le abbazie, poi la città con le botteghe, poi
le università; anche questo ha un riscontro moderno, nella tendenza a
concentrare lo sviluppo high tech in
zone ben identificate, veri e propri “incubatori” tecnologici: si pensi alla
Silicon Valley o alle varie “tecnopoli”;
3) la disponibilità di maestri.
Cosa succede invece oggi ? Lo smarrimento dell’uomo, vittima
di una progressiva frantumazione
dell’io, è alla base del principale paradosso delle società a tecnologia
avanzata: mentre crescono gli strumenti di dominio sulla natura, che dovrebbero
rendere l’uomo sempre più difeso e sicuro, crescono parimenti l’insicurezza e
la paura.
Il fenomeno è accentuato dallo scenario più recente dominato
da quella che si suole definire come la “convergenza” delle tecnologie, cioè la
presenza dell’informatica come elemento trasformante e unificante di ogni
tecnologia. Sono indubbi i vantaggi e le potenzialità dell’Information
Technology, come pure sono entusiasmanti le prospettive aperte dagli sviluppi
di Internet e della multimedialità. Ma, dal punto di vista che qui ci
interessa, quello dell’uomo e del suo sviluppo integrale, un certo approccio
alle nuove tecnologie non può non preoccupare e accentuare le contraddizioni.
Questi brani, di tre protagonisti dell’Information Technology, ci sembrano
particolarmente efficaci.
Secondo Arthur Krocker, docente all’Università di Montreal e
allievo di McLuhan, ci aspetta questa terrificante prospettiva: “La specie
umana, così come la conosciamo, si sta rapidamente evolvendo in una specie
elettronica, metà carne e metà dati; ciò viene attuato mediante una serie di
protesi e di esperimenti video elettronici via computer.”
Mentre il più noto guru della società digitale, Nicolas
Negroponte, direttore del Medialab del MIT di Boston: “Nel prossimo millennio
potremmo trovarci a parlare più con le macchine che con le persone”.
Non stupisce pertanto il desolato appello di uno dei primi
fautori di Internet, il fisico americano Clifford Stoll, che ha aperto così un
recente saggio: “Fermate Internet, voglio scendere…”
Si possono così riassumere i paradossi dell’ Homo technologicus della società
dell’informazione.
a) L’uomo
di oggi ha più strumenti per
raggiungere i fini, ma ha smarrito i
fini, non sa cosa vuole.
b) Parafrasando
una celebre frase di Kafka, possiamo dire che l’uomo dell’era informatica “ha tante vie, ma non ha nessuna meta”.
L’esempio di Internet è emblematico: un insieme di strade, di collegamenti (i
fatidici link) che vi permettono di andare dappertutto, ma che non vi sanno
dire dove dovete andare, quale meta è adatta a voi. Navigare in Internet è come
essere equipaggiati compiutamente per un lungo viaggio ma, se non si sa dove si
vuole andare, a cosa servirà anche il più attrezzato equipaggiamento?
L’esperienza di tanti giovani su Internet è quella di una navigazione casuale,
senza alcuna meta; oppure è la riproduzione meccanica di (pochi) percorsi
predefiniti da chi determina le mode, vanificando così totalmente la ricchezza e
le potenzialità dello strumento.
c) Un
sociologo francese dice che “L’uomo di oggi comunica
molto, ma incontra poco”; l’uomo di
oggi, grazie alla tecnologia, è sempre in comunicazione con tutto, ha sempre
attivo qualche canale di comunicazione (cellulare, televisione, Internet), ma
riduce le sue esperienze di incontro con le persone. Lo strumento, che potrebbe
permettere il moltiplicarsi degli incontri, diventa un limite, un ostacolo alla
effettiva possibilità di rapporti.
d) Oggi
è facile accontentarsi di surrogati
della realtà; la realtà virtuale, ad esempio, è un modo di accontentarsi della
realtà, favorito da una diffusa posizione filosofica minimalista. Il paradosso
è che le potenzialità della microelettronica potrebbero portare l’uomo ad
interagire molto di più con la realtà e invece alla fine ci si accontenta di
surrogati della realtà.
e) L’uomo
di oggi deve continuamente operare delle scelte,
ma non trova i criteri adeguati per
scegliere. L’uomo di oggi è messo continuamente di fronte ad un numero enorme
di possibilità e vede quindi accentuarsi l’esigenza di decidere in base a
criteri validi (è singolare il fatto che si sia sviluppata persino una
tipologia di programmi software denominati “sistemi di supporto alle
decisioni”). Basta riflettere sul normale utilizzo quotidiano degli strumenti
tecnologici, nei quali è aumentato il numero di tasti e di opzioni; oppure alla
navigazione in Internet, che è una continua scelta di link, pulsanti e icone da
attivare. Uno dei drammi dell’uomo contemporaneo è la perdita dei criteri di
scelta proprio nel momento in cui, paradossalmente, ne ha più bisogno perché ha
aumentato il numero delle opportunità. Un sottile equivoco, oggi molto diffuso
anche a livello scolastico, è ritenere che la creatività e la capacità di
scelta siano proporzionali al numero di possibilità che uno ha davanti: invece
la creatività non deriva dall’abbondanza di informazioni né la capacità di
scelta cresce soltanto perché si devono operare molte scelte.
Ci scontriamo allora con i nodi più radicali del problema.
Se consideriamo le prestazioni che oggi il mondo della tecnologia
richiede, vediamo ad esempio che le
aziende cercano persone creative, flessibili, disposte al cambiamento, abituate
a considerare tutti i fattori di un problema, disposte ad apprendere anche a 50
anni. Ma queste attitudini non vengono
dalle tecnologie: la tecnologia non trova in sé queste risorse e ha bisogno
di aprirsi alle altre dimensioni dell’umano; peraltro tali dimensioni non si
imparano sui manuali (come forse pensano gli americani, che hanno un manuale
per qualsiasi cosa …) e non si formano con dei corsi di aggiornamento. La
capacità di integrare tutte le dimensioni dell’uomo viene dalla partecipazione
ad esperienze vive, ad ambiti umani dove sia affermato il senso di tutto e dove
ci si educhi a ricondurre tutto, tecnica compresa, ad un significato. Solo così
si mettono le persone in grado di affrontare il nuovo, si formano personalità
capaci di “risolvere i problemi”, di adeguarsi ai mutamenti, di dominare le
situazioni variabili e dinamiche che sempre più caratterizzeranno il panorama
futuro.
I paradossi si superano non certo abolendo la tecnologia o
demonizzandola. Si tratta piuttosto di riconsegnare la tecnologia al suo
autentico soggetto, ossia all’uomo tutto intero, all’uomo che non è un isolato
consumatore di beni e servizi, ma un singolo appartenente ad un contesto più
ampio, una persona con un desiderio illimitato di felicità che quindi usa ogni
cosa, ultimamente, in funzione di quel desiderio.
A queste condizioni sarà allora possibile parlare di
tecnologia dal volto umano: una tecnologia che sia vera espressione dell’io
nella sua totalità. E sarà anche più facile il discorso sulle conseguenze o
sulle responsabilità; una tendenza oggi diffusa per arginare gli effetti
negativi delle tecnologie è quella di aumentare il numero di norme e di regole;
ma rischia di essere una fatica di Sisifo, che ha come esito un ulteriore
incremento della complessità. Il problema non è etico o normativo: bisogna
agire al livello del soggetto e della sua educazione continua.
Bisogna, in sostanza, rispondere agli interrogativi posti da
Eliot nei Cori della Rocca:
“Dov’è la vita che abbiamo sprecato vivendo?
Dov’è la saggezza che abbiamo perduto nel conoscere ?
Dov’è la conoscenza che abbiamo smarrito
nell’informazione?”
Citando questo passo, gli
estensori del Rapporto al Club di Roma
1984 su “Tecnologia dell’informazione e nuova cultura” aggiungevano la
domanda che il moderno Homo Informaticus potrebbe porsi:
“Dove è l’informazione
che abbiamo perduto nei dati?”
DIBATTITO
D.: Che cosa vuol
dire che l’uomo fa parte della natura ?
R.: Facciamo
tutti parte di un clima culturale che tende a dividere le cose. L’uomo d’oggi è
schizofrenico, è un uomo diviso; l’io di oggi è un io diviso, che non riesce a
trova una unità. Quindi c’è divisione anche tra la natura e l’uomo.
L’unità invece è nel soggetto che opera, è nell’uomo che
guarda le cose ed interagisce con esse in modo unitario: anche la tecnologia è
parte della realtà con la quale siamo chiamati ad interagire. Abbiamo detto che
l’uomo è chiamato a manipolare la natura, ad intervenire su di essa e a
sfruttarne le risorse. Se l’uomo vive, personalmente e come società, secondo una
concezione unitaria, riuscirà a non essere ingenuo, cioè sarà libero di
sfruttare la natura rispettandola, e riuscirà a non essere presuntuoso, cioè
che sarà consapevole che ciò che realizza non è perfetto. Una visione unitaria
quindi riesce a mantenere al giusto posto tutte le cose (natura- uomo-
tecnologia) ed è anche il modo per far progredire la tecnologia stessa: il
progresso è impossibile o effimero se non esiste un soggetto unitario che sa da
dove viene, dove va e cosa vuole.
D.: Nell’uso della
tecnologia occorrono anche regole morali.
R.: Se la
tecnologia non è automatica applicazione della scienza, significa che l’uomo
che fa tecnologia vi mette qualcosa di sé, della sua umanità. Il tecnico non è
uno scienziato a metà, che “fa” e basta e anche la tecnologia ha una sua
dignità. Questo perché l’uomo è un soggetto grande, che ha dentro di sè
“altro”: quindi non può essere mai solo colui che “fa”, che si limita al puro
livello manipolativo. Riflettere sulla tecnologia vuol dire rivalutare l’uomo
che opera e riconsiderare il senso dell’operare. La tecnologia serve per
produrre strumenti, cose che gli uomini insieme usano; ma se non c’è un
soggetto capace di un uso coerente, è
tutto inutile. Per questo motivo il discorso diventa morale, vale a dire
di un uso appropriato delle cose. Oggi anche il discorso morale viene ridotto,
perché si salta il problema di “cosa è” l’uomo e si passa subito a dire “cosa
deve fare”, che comportamento deve avere, che regole deve seguire. Invece il
discorso forte è che cosa è l’uomo, che cosa vuole, cosa lo fa andare avanti a
vivere. Solo rispondendo a queste domande hanno senso anche le regole, che
altrimenti diventano delle cappe. Tanto più si è a contatto con la alta
tecnologia, tanto più emergono questi interrogativi.
D.: Ho chiesto ad
un mio allievo che cosa vuol dire artigiano, e non mi ha saputo rispondere. Non
conosceva cioè il nesso tra creatività e tecnologia.
R.: I grandi
tecnici di oggi sono più degli artigiani che dei piccoli scienziati. Oggi si
tende a pensare che la creatività sia qualcosa di fantasioso, destinata cioè al
tempo libero. Invece la creatività non è l’opposto di razionalità; anzi, è un
uso della ragione che riesce ad intuire particolari, ad entrare meglio in
rapporto con la realtà, a cogliere aspetti che altri non hanno colto. Il
creativo vede nelle cose quello che altri non hanno visto. I grandi matematici
sono dei grandi creativi, che hanno saputo cogliere nessi imprevedibili tra le
cose. Tutto questo avviene non a prescindere ma utilizzando a pieno la ragione.
Quando l’uomo lavora, artigiano o ingegnere che sia, interagisce con la realtà,
e per trovare un paragone adeguato della sua attività non può che riferirsi al
paragone ultimo è quello di chi da sempre “lavora” sulla realtà, cioè il Creatore.
Questo è il significato ultimo e più profondo di ogni lavoro umano e di ogni
tecnologia.