La divulgazione scientifica: trasmettere dei risultati o comunicare un'esperienza?

 

Una delle menti più acute del nostro tempo, l'americano Murray Gell Mann, premio Nobel per la fisica, padre dei quark e ora ricercatore di punta dell'Istituto di studi sulla Complessità di Santa Fe in California, tempo fa così si lamentava dell'incapacità della comunità scientifica di far presa sul grande pubblico:

 

"Non riusciamo a spiegare e far sentire in che modo la comprensione dei fenomeni naturali può aiutarci a perfezionare il nostro essere persone… In un'epoca di impressionanti progressi scientifici, non siamo riusciti a comunicare alla collettività il significato e la bellezza della nostra scienza".

 

È interessante osservare le ragioni del rammarico di Gell Mann: egli non è anzitutto preoccupato del fatto che la gente non conosca i quark o non sappia cos'è una struttura frattale: ciò che gli dispiace è di non riuscire a comunicare la bellezza del fare scienza e la ricchezza di significati che le varie teorie contengono al di là dei formalismi che le esprimono. Più ancora, Gell Mann osserva il contrasto di una civiltà tecnologicamente sofisticata, erede di quattro secoli (ma sarebbe meglio dire otto) di successi scientifici dove la maggioranza della popolazione non percepisce la scienza come fattore di crescita personale, come contributo alla formazione della persona.

Il primo punto da mettere a fuoco parlando di divulgazione scientifica è proprio questo: anche nella conoscenza scientifica, il vero interesse, il vero movente, è la comprensione di sé e la ricerca del senso della propria esistenza.

 

Il punto di partenza della scienza quindi non è immediatamente la natura, non sono i fenomeni e i processi: questi sono certamente il detonatore, l'elemento che fa emergere l'interesse ma l'interesse è nel soggetto, nelle sue domande, nelle sue aspettative, nelle sue curiosità, nei suoi desideri.

 

Lo evidenzia anche un altro grande fisico, uno dei padri storici della meccanica quantistica, Erwin Schrodinger:

 

"Siete costretti ora a chiedermi: qual è allora, secondo lei, il valore delle scienze naturali? Rispondo: il loro obiettivo, scopo e valore è il medesimo di ogni altra branca dell'umano sapere… La domanda che ci assilla è di dove proveniamo e dove andiamo; tutto quello che possiamo osservare da noi stessi è ciò che ci circonda attualmente. E' per questo che abbiamo l'ansia di scoprire su di esso tutto quanto possiamo… Appare ovvio ed evidente, ma pure va detto: le conoscenze isolate ottenute da un gruppo di specialisti in un dominio ristretto non hanno affatto valore in sé, ma soltanto nella loro sintesi con tutto il resto del conoscere, soltanto in quanto esse, in questa sintesi, realmente contribuiscono per qualche cosa a rispondere alla domanda: chi siamo noi?".

 

La domanda più interessante su scienza e tecnica è Chi sono io? Scienza e tecnica hanno entrambe qualcosa da dire sull'uomo, aiutano a capire chi è l'uomo.

 

Peraltro, affermare che l'interesse è centrato sull'uomo non è in alternativa ad interessarsi della natura, neppure ad entrare nei dettagli, ad applicare rigore e precisione nell'osservazione e nell'analisi dei fenomeni: anzi, si può dire che è una condizione che spinge ad addentrarsi maggiormente nello specifico e sostiene la fatica, spesso gravosa, di un'indagine seria e approfondita.

 

Quanto detto vale anzitutto per chi fa scienza: se non vuole restare vittima della frustrazione (difficoltà a vedere pubblicati i propri lavori, scarsa retribuzione, competizione con chi ha più risorse disponibili ….) lo scienziato deve trovare nel proprio lavoro le ragioni di crescita personale e la spinta propulsiva di una passione che regga nel tempo, al di là della fase di euforia giovanile…. 

Il discorso però vale, analogamente, per chi studia a scuola le discipline scientifiche, per chi la comunica a vari livelli, e anche per chi ne usufruisce come semplice utente, lettore o telespettatore.

 

Solitamente la gente viene a contatto con i risultati della ricerca scientifica: la scoperta (o presunta tale) dell'acqua su Marte, la mappa del Genoma umano, le asimmetrie nella radiazione cosmica di fondo; per non parlare del gene dell'intelligenza, o del segreto del non invecchiamento.

A parte gli eccessi di sensazionalismo, la ricerca spasmodica dello scoop e le deformazioni nella comunicazione dovute ai meccanismi dei mass media (vecchi e nuovi), va sottolineato il fatto che, anche nella comunicazione scientifica più corretta e scrupolosa, la tendenza è sempre quella di trasmettere l'esito del lavoro scientifico, il traguardo finale raggiunto e le suoi prevedibili applicazioni.

Ciò è forse inevitabile, soprattutto in un contesto come quello attuale dominato dalle comunicazioni, dalla corsa alla notizia, dal valore anche economico ormai rappresentato dalle informazioni; e non c'è nulla di più adatto della ricerca scientifica e tecnologico a soddisfare questa fame di notizie, data la rapidità di sviluppo dell'innovazione e tasso di crescita sempre positivo delle nuove conoscenze che arrivano dai laboratori e dai centri di ricerca pubblici e privati.

E in parte è anche giusto: il pubblico ha il diritto all'informazione e quando una notizia diventa di pubblico dominio va divulgata il più possibile per poter attivare il dibattito da tutti i punti di vista e in tutti i contesti, non solo in quello accademico o tra gli addetti ai lavori.

 

L'approccio basato sulla trasmissione dei risultati presenta però dei limiti e dei rischi. Il rischio principale è quello di fornire un'immagine della scienza non adeguata, negativa e, in ultima analisi, poco attraente.

L'immagine di una conoscenza scientifica come processo automatico, come inevitabile raggiungimento delle soluzioni solo in virtù del particolare metodo applicato. Un metodo che così si conferma sempre più come assoluto, unica strada alla vera razionalità fondata sui canoni della matematizzazione e dell'esperimento (i cardini della scienza galileiana che restano, anche se non bastano, i pilastri della scienza contemporanea). L'immagine di un processo di conoscenza che sembra esente da errori, da insuccessi, da fallimenti, da vicoli ciechi… E che sfocia inesorabilmente in risultati presentati con il carattere dell'indiscutibilità, della sicurezza dovuta al fatto di aver superato il severo tribunale delle misure quantitative e delle prove sperimentali.

È un'immagine difficile da sradicare dall'opinione pubblica, nonostante i progressi dell'epistemologia del Novecento e le raffinate analisi di tanti studiosi e storici della scienza (meno della tecnologia …..).

 

Peraltro è un'immagine che contrasta con la sensazione sempre più diffusa di una scienza pericolosa, apportatrice di mali per l'ambiente e di continue minacce per l'uomo. In effetti, l'uomo moderno soffre di una strana contraddizione di fronte alla scienza: oscilla tra una presunzione trionfalistica, esaltata dalle conquiste di un progresso inarrestabile e a priori positivo, ed un senso di paura, che si fa più acuto nei momenti drammatici in cui alcune conseguenze applicative delle scienza si rivelano come causa di tragedie o di reali catastrofi.

 

Per evitare le distorsioni di immagine e le contraddizioni che ne derivano, bisogna superare l'approccio alla divulgazione intesa come pura trasmissione di risultati e impegnarsi nel tentativo di comunicare la genesi e il processo della ricerca scientifica.

Bisogna, insomma, comunicare un'esperienza.

 

Quando parliamo della genesi della ricerca, intendiamo portare alla ribalta uno degli aspetti più rilevanti ma trascurati nella divulgazione e nella didattica. I risultati, comunicati attraverso una notizia o condensati nelle trattazioni sistematiche dei libri di testo, sono delle "risposte" ma il lettore e lo studente può legittimamente chiedersi: "quali erano le domande?". La chiarezza sulle domande che hanno innescato una data indagine aiuta a comprendere meglio gli stessi risultati; e anche nella pratica della ricerca, la messa a punto delle premesse e la precisazione degli interrogativi di partenza, spesso costituiscono la chiave di volta di tutta un'indagine. Non sono pochi i casi, nella storia della scienza, in cui l'aver individuato o meno le "domande giuste" ha decretato il successo o l'insuccesso di un programma di ricerca. Clamoroso, ad esempio, il caso (riportato da Emilio Segré in Personaggi e scoperte nella fisica contemporanea) della scoperta del neutrone. A seguito di una serie di esperimenti, bombardando Berillio con particelle alfa, i coniugi Irène Curie e Frédéric Joliot trovarono che la radiazione emessa era molto energetica, tale da espellere protoni da uno strato di paraffina. Secondo la loro interpretazione si trattava di raggi gamma che proiettavano i protoni per effetto Compton; si poteva però obiettare che quei fotoni g erano inadeguati per proiettare particelle pesanti come i protoni e i due scienziati avrebbero dovuto saperlo... Il grande Rutherford infatti non mancò di farlo notare, con un laconico “Non ci credo”; più pesante il commento di Ettore Majorana che affermò senza mezzi termini: “Che cretini! Hanno scoperto il protone neutro e non se ne accorgono”. Pochi giorni dopo, Chadwick ripetendo l'esperimento sotto altre ipotesi e trovò il neutrone soffiando il Nobel per la fisica a Joliot e Curie (che recuperano poi col Nobel per la chimica): Chadwick era allievo di Rutherford che da tempo sospettava l’esistenza di particelle neutre, quindi aveva affrontato gli esperimenti con altre aspettative, aveva posto le "domande giuste".

 

Per quanto riguarda il processo della ricerca, si tratta di mettere in evidenza l'intreccio di ipotesi e controllo, di ragione ed esperienza, di teoria ed esperimento; mostrando come il gioco congiunto di queste dimensioni determina l'avanzamento delle conoscenze, senza che un aspetto prevalga in modo unilaterale e assoluto sugli altri. Così, descrivendo l'attività sperimentale in un grande centro sotterraneo per la fisica delle particelle, o in un piccolo ma avanzato laboratorio di biologia molecolare, si dovrà mostrare come osservazioni ed esperimenti siano "carichi di teoria"; viceversa, descrivendo le linee portanti di una nuova teoria cosmologica o neurologica, si farà notare come anche la logica stringente dei ragionamenti e delle elaborazioni matematiche, non possa prescindere dal confronto con la realtà fenomenica e debba indicare le condizioni dalla sperimentabilità.

 

Questo accostamento alla scienza che cerca di far emergere l'esperienza del ricercatore si applica sia alla storia della scienza, sia all'attualità. In entrambi i casi, quello che dovrebbe emergere dalla comunicazione è l'esperienza conoscitiva del ricercatore, il particolare esercizio della ragione applicata ad un aspetto particolare della realtà (i fenomeni naturali); ma anche il contesto umano che fa da sfondo alla ricerca e spesso fornisce elementi per comprendere l'impostazione di certi problemi o lo svolgersi di certe vicende.

La focalizzazione sulla persona consente inoltre di mettere in rilievo l'esperienza di gusto che alimenta il lavoro scientifico e rappresenta forse il principale "risultato" della ricerca: gusto destato dall'impatto diretto con la natura e con le sue meraviglie e gusto suscitato dal raggiungimento di una porzione di "verità" circa gli stessi fenomeni naturali osservati.

L'accento sulla dimensione estetica della conoscenza scientifica, costituisce una facilitazione sul piano comunicativo (soprattutto a scuola) ma, più profondamente, è la strada per riconciliare l'uomo moderno con il sapere, superando la delusione diffusa da un clima rinunciatario e scettico e dalle teorizzazioni del pensiero debole.

Lo avvertiva già Konrad Lorenz, in uno dei suoi ultimi scritti:

 

"Se vogliamo davvero che i giovani non disperino della presente situazione dell'umanità, dovremmo fare in modo che possano rendersi conto veramente di quanto è grande, di quanto è bello il nostro mondo… che possano capire che la verità non è soltanto bella ma è piena di mistero e che non occorre darsi al misticismo per vivere delle meravigliose avventure… Ogni persona che si rallegra alla vista della creazione vivente e della sua bellezza è vaccinata contro il dubbio che tutto ciò possa essere privo di senso".

 

Gli faceva eco un altro grande scienziato e brillante divulgatore come Richard Feynmann:

 

"La stessa emozione, lo stesso stupore e mistero ritornano ogni volta quando noi guardiamo a qualunque problema con sufficiente profondità. Una più grande conoscenza porta con sé un più profondo e meraviglioso mistero che ci chiede di scavare ancora più a fondo senza il timore che la risposta possa essere deludente, ma con piacere e confidenza guardiamo ogni nuovo sassolino per trovare stranezze inimmaginabili che ci conducono a nuove stupefacenti domande e a nuovi misteri".

 

Se si comunica questa visione ampia di scienza, si dà un contributo anche per affrontare meglio alcuni problemi scottanti legati alle applicazioni e implicazioni etiche delle scoperte scientifiche.

Molti problemi etici, prima di essere tali sono problemi di ragione e conoscenza e richiedono di essere ricollocati all'interno di una visione globale dell'uomo: il puro approccio "comportamentale" ("che cosa dobbiamo fare") porta soltanto a erigere una serie di divieti e a insabbiare molte attività sulla spiaggia delle normative e dei controlli, mentre la gravità delle questioni sul tappeto invita a "volare più in alto".

Ciò vale in primis per gli scienziati ma riguarda tutti coloro che si occupano di scienza.