Ecologia è cura della dimora

di Mario Gargantini

 

Sarà una pioggia torrenziale quella che si abbatterà su Milano all’inizio di dicembre. Non stiamo rubando il mestiere al colonnello Giuliacci; stiamo parlando della pioggia di dati che in varie forme (tabelle, grafici, slide, simulazioni al computer) verranno presentati ai 10.000 partecipanti al COP9, la nona edizione della Conferenza delle Parti, ovvero il summit mondiale sui cambiamenti climatici.

Buon segno, si dirà. Se la parola è lasciata ai numeri significa che si vuole partire dalla realtà e non dalle opinioni; significa che si mette a frutto l’insegnamento della scienza e si segue il suo modo di accostarsi alla natura: gli scienziati infatti, si lasciano continuamente provocare dal dato di realtà e anche quando si spingono ad immaginare le ipotesi più ardite hanno sempre sullo sfondo la concretezza dei fenomeni con i quali prima o poi ogni modello teorico deve fare i conti. È questo un contributo fondamentale che la scienza può dare anche alla cultura ambientale: imparare a stare di fronte ai dati, non nascondere la carenza di informazioni sotto un cumulo di schemi ideologici, di qualunque matrice e colore siano. A chi guarda con simpatia al progresso tecnologico, ad esempio, potrà dispiacere la constatazione che l’anidride carbonica (CO2) contenuta nella troposfera aumenta di 12 miliardi di tonnellate l’anno e che la sua concentrazione media è aumentata del 25% nell’ultimo secolo di boom industriale; d’altra parte, chi vede nella tecnologia la fonte di ogni male per l’ambiente non può ignorare la intrinseca complessità dei fenomeni atmosferici che non consente di attribuire con assoluta certezza alla sola attività antropica la responsabilità di tale aumento.

Qui sta un primo problema. La natura si svela allo sguardo indagatore dell’uomo ma non in modo automatico e semplicistico: bisogna imparare a leggerla, bisogna interrogarla lungamente e in modo sempre più sottile. Dietro ai fatidici “dati” ci sono uomini che hanno deciso quali domande porre, quali misure compiere, come raccogliere ed elaborare i risultati, come valutarli e interpretarli. Sono tutte azioni di un io che sceglie, che giudica, che rischia. E che nel farlo, gioca tutta la sua libertà e la sua responsabilità.

Purtroppo si fa fatica a trovare una simile consapevolezza in molti dibattiti sulle grandi questioni ambientali, come quella del clima. Ciò è vero per tutti gli schieramenti: per i catastrofisti, secondo i quali ogni innovazione tecnologica si traduce in una minaccia globale per il Pianeta; ma anche per gli “scientisti ingenui”, per i quali il solo fatto di poter tecnicamente produrre qualcosa è giustificazione sufficiente per produrla e le conseguenze non sono mai un problema. Naturalmente, in entrambi i casi non manca l’esibizione di dati e di numeri: il fatto è che si tratta di dati utilizzati solo a supporto di conclusioni predeterminate e frutto di opzioni ideologiche. Per il pubblico che si aspetta chiarimenti dagli esperti, il risultato più evidente è piuttosto quello di una grande confusione e di una strisciante diffidenza verso le possibilità umane di risolvere i problemi ambientali.

È vero peraltro che in molti casi, prima fra tutti proprio quello del clima, i dati sembrano ambivalenti e contraddittori: una situazione aggravata dal fatto che spesso si spacciano come perentori dati ancora incompleti, o non omogenei, o raccolti in modo parziale. Ma questo gli scienziati lo sanno e, se sono seri, devono ammetterlo, devono avere il coraggio di rischiare l’impopolarità di dichiararlo. Ciò non significa rinviare all’infinito le questioni e rinunciare a prendere decisioni. Significa però non contrabbandare certe scelte come conseguenza automatica e obbligata dei dati. Allo stesso tempo vuol dire rendere più pressante la richiesta ai governanti di maggiori stanziamenti per studiare meglio certi fenomeni, per impiegare maggiormente la tecnologia (proprio quella che alcuni mettono sul banco degli imputati) nel far crescere la nostra capacità di gestione del Pianeta. Perché, ad esempio, per contenere l’effetto serra non si intensificano le ricerche sulla cosiddetta “cattura” della CO2 in atmosfera e successivo stoccaggio in depositi geologici e oceanici? Imparando tra l’altro dalla natura stessa, che dagli oceani fa già assorbire un terzo della CO2 emessa dalle attività umane.

La buona gestore di una casa non equivale a lasciare tutto intatto limitandosi ad evitare guai, ma implica l’intervento propositivo e creativo e tende allo sviluppo e alla crescita continua secondo uno scopo. Così dev’essere per la dimora comune di tutti noi (del resto ecologia significa conoscenza della casa). La gestione della Terra è un compito che è stato affidato all’uomo perché è l’unico essere che può capirne il senso e la finalità: cioè custodire l’ambiente come dimora “vivibile”, proseguendo attivamente quel cammino straordinario che lungo le epoche preistoriche ha reso operative le condizioni per ospitare la vita e la vita cosciente.

Qui forse vediamo profilarsi un possibile cortocircuito tra le diverse posizioni in campo, che può diventare estremamente dannoso per l’ambiente: è la sottovalutazione dell’uomo e lo smarrimento del significato dell’esperienza che si può vivere su questo Pianeta. È una debolezza che si riflette nel lavoro quotidiano di scienziati e tecnologi che non riescono a trovare un movente adeguato dell’impresa scientifica e stentano a riconoscere il valore umano e umanizzante dell’opera tecnologica. Dietro a tanta sbandierata preoccupazione per l’ambiente possiamo allora scorgere i contorni di una nuova faccia del nichilismo contemporaneo, quello di chi si batte per un valore del quale non conosce il fondamento. A chi sostiene che tutela dell’ambiente è un valore primario, provate a chiedere a bruciapelo “perché?”, invitandolo a rispondere senza pronunciare la parola uomo…

Se è debole l’idea di uomo è debole anche il suo rapporto con la natura e diventa ambiguo il suo modo di confrontarsi con i dati; se si evita di misurarsi con parole come verità o scopo, dove si troverà l’energia per un’analisi delle misure che metta in primo piano la conoscenza del reale per quello che è, liberandosi dalla zavorra dei pregiudizi? E coloro che sono chiamati a progettare lo sviluppo tecnico-economico, dove troveranno la costanza e la coerenza metodologica per considerare realisticamente i molteplici fattori in gioco?

Per proteggere l’ambiente, per tentare di dominare il clima, per intervenire sulla natura senza comprometterne gli equilibri in modo irreversibile, bisogna coltivare (cioè educare) una concezione forte di uomo, che non abbia paura di rispondere alla domande esistenziali più profonde e impegnative.

Chi convocherà un summit mondiale su questo tema?